Parigi tra festa e paura: una città divisa alla vigilia della finale di Champions
La capitale francese vive il sogno europeo del PSG con un’euforia che unisce, ma teme le conseguenze dei possibili festeggiamenti
La Tour Eiffel illuminata con la scritta “Allez Paris”, cani con la maglia rosso-blu nonostante il caldo afoso di giugno, stazioni della metropolitana che cambiano nome in omaggio alla squadra. La capitale francese vive in un’atmosfera di eccitazione palpabile mentre si avvicina l’appuntamento con la storia per il Paris Saint-Germain, alla sua seconda finale di Champions League dopo quella persa nel 2020 durante il surreale periodo del Covid.
Una città divisa che cerca unità nel calcio
Il fenomeno che si sta verificando in questi giorni è straordinario per una metropoli spesso descritta come “arcipelago” dal sociologo Jérôme Fourquet – un insieme di isole sociali che raramente comunicano tra loro. Dai quartieri eleganti dell’Ovest parigino alle banlieue più problematiche, passando per il cuore turistico della città, la febbre calcistica sembra capace di abbattere temporaneamente quelle barriere invisibili ma potenti che dividono la società francese.
Persino il presidente Emmanuel Macron ha predisposto l’Eliseo per una possibile cerimonia di accoglienza dei campioni. In una società spesso lacerata da tensioni sociali, identitarie e politiche, il Paris Saint-Germain sta riuscendo nell’impresa di far battere all’unisono cuori molto diversi tra loro: dall’alto borghese del XVI arrondissement all’abitante di origini maghrebine della periferia, tutti uniti nel sostenere una squadra che rappresenta un mosaico multietnico di talenti.
La paura del “dopo-partita”
Eppure, parallelamente all’entusiasmo, corre la preoccupazione. Lungo gli Champs-Élysées, i negozianti hanno protetto le vetrine con pannelli di legno, reminiscenza delle precauzioni prese durante le proteste dei gilet gialli, nel timore che i festeggiamenti possano degenerare come già accaduto dopo la vittoria in semifinale contro l’Arsenal.
In quell’occasione, la gioia collettiva si trasformò rapidamente in caos: quasi cinquanta arresti, quattro automobili incendiate, decine di feriti e negozi saccheggiati. I “cassos”, termine con cui vengono indicati i teppisti, divennero protagonisti indesiderati della notte parigina, fornendo nuovi argomenti all’estrema destra per alimentare i propri discorsi contro le “racailles” (canaglie) della periferia.
Il prefetto Laurent Nunez ha lanciato un avvertimento chiaro: la grande parata prevista per domenica in caso di vittoria potrà svolgersi solo se la notte di sabato trascorrerà senza incidenti significativi. In caso contrario, niente pullman scoperto con i giocatori e il presidente qatarino Al-Khelaifi a mostrare il trofeo lungo il viale più famoso del mondo.
Il miracolo Luis Enrique
Se il PSG è riuscito a conquistare nuovamente i cuori dei parigini dopo anni di delusioni europee, gran parte del merito va attribuito all’allenatore spagnolo. Luis Enrique ha compiuto una trasformazione radicale: dalla squadra delle superstar individuali (Messi, Neymar, Mbappé), spesso percepita come arrogante e svogliata, a un collettivo giovane, multietnico e incredibilmente coeso, dove ogni giocatore si sacrifica per il bene comune.
La squadra attuale, priva di “prime donne” ma ricca di talenti emergenti come Dembelé, Zaire-Emery, Doué, Vitinha e Kvaratskhelia, incarna involontariamente quell’ideale di “vivre ensemble” (vivere insieme) che la società francese insegue come chimera da decenni. Sul terreno di gioco, Luis Enrique è riuscito a far funzionare quella “mixité” che spesso fatica a realizzarsi nel tessuto urbano parigino.
“Quest’anno i ragazzi ci hanno già fatto sognare”, confessa Gilles, un venticinquenne che passeggia lungo la Senna con una bandiera rosso-blu directo verso il Parc des Princes. “All’inizio della stagione non ci aspettavamo granché, invece è stata un’avventura meravigliosa, piena di gioia, condivisa da tutti”.
Per il PSG, club fondato solo nel 1970 e quindi privo del blasone storico dell’Inter, la finale di Monaco rappresenta l’opportunità di entrare finalmente nell’élite del calcio europeo. Per Parigi, invece, è un nuovo test di quella convivenza sociale che resta una sfida quotidiana ben oltre i novanta minuti di una partita di calcio.
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Mentre i riflettori sono puntati su questa finale, nel panorama calcistico italiano il derby veneto tra Venezia e Verona accende il lunedì di Serie A, dimostrando come la passione per il calcio continui a unire comunità diverse, sia nelle metropoli europee che nelle province italiane, creando momenti di condivisione collettiva al di là delle rivalità.